storia del bosco di Bandiziol e Prassaccon
I Boschi di Bandiziol e Prassacon
Nel 1994 l'Amministrazione del Comune di S. Stino di Livenza approvava un programma di utilizzazione dei terreni e un progetto che prevedeva la ricostruzione dei boschi di Bandiziol e Prassaccon. Oggi quei boschi occupano una superficie complessiva di 110 ettari e rappresentano il più grande intervento unitario di ricostruzione di aree boschive di pianura del Veneto.
La ricostruzione
Il progetto
Il progetto di ricostruzione dei boschi di Bandiziol e Prassaccon è il risultato di un percorso di progettazione che, partito dall'analisi storica, ne ha definito gli obiettivi le scelte generali e le prescrizioni tecnico-operative per la realizzazione. L'obiettivo principale è consistito nella ricostruzione di un bosco di pianura naturaliforme con finalità di recupero e valorizzazione ambientale, turistico-ricreative, culturali e didattiche. La scelta delle specie da utilizzare e dei relativi rapporti è avvenuta attraverso una ricerca storico-documentale e bibliografica, l'analisi della composizione dei boschi planiziali relitti e l'approfondimento dei parametri ambientali. Il progetto ha quindi previsto l'impianto di un bosco planiziale con prevalenza di querce, secondo il modello definito dagli addetti ai lavori come la formazione forestale del Querco-Carpinetum Boreoitalicum (Pignatti 1953). Oltre a prescrivere l'utilizzo delle più moderne tecniche di impianto che si andavano affermando agli inizi degli anni '90, il progetto ha riservato particolare attenzione alla provenienza dei materiale d'impianto, prescrivendo l'utilizzo di piantine ottenute da semi raccolti nell'area veneto-friulana o almeno padana, condizione essenziale per operare un intervento corretto dal punto di ecologico, garantendo perciò la ricostruzione del bosco con le piante più adatte alle condizioni climatiche e pedologiche della zona di intervento, evitando inoltre possibili inquinamenti del materiale genetico.
La realizzazione
Le prime piante dei nuovi boschi furono messe a dimora con il contributo del volontariato locale nel marzo del 1995 su una esigua superficie di 2500 mq concessa in uso ai residenti della località Bosco: era solo l'inizio di un'operazione lunga e complessa. Il piano di utilizzazione dei terreni, approvato dal Comune nel 1994, prevedeva la concessione in affitto dei terreni con l'obbligo, a carico degli affittuari, della realizzazione del progetto attraverso l'accesso ai finanziamenti CEE previsti dal Regolamento 2080/92 dell'Unione Europea. Nell'autunno del 1995 partirono i lavori dei primi due stralci per complessivi 42 ettari. Nella primavera del 1997 è seguito uno stralcio di 14 ettari, mentre nella primavera del 1998 sono stati completati altri tre lotti per ulteriori 50,5 ettari. L'ultimo intervento, di 3,5 ettari, si è concluso nel 1999. La realizzazione dell'impianto ha comportato un'aratura profonda seguita dalle lavorazioni complementari del terreno, la concimazione, la stesa del film plastico per la pacciamatura e l'impiego di piantine di 1-2 anni con pane di terra. Le giovani piante sono state messe a dimora in file parallele sinusoidali per ottenere una percezione dell'impianto diversa da quella delle piantagioni arboree produttive (effetto pioppeto) ma, nello stesso tempo, consentire le lavorazioni meccanizzate per le operazioni di manutenzione.
Le file sono distanziate di 3,5 m e nella fila tra gli alberi, distanti circa 3 m, sono stati piantati gli arbusti.
La densità di impianto è risultata di circa 1600 piante per ettaro per un totale di 173.154 piantine messe a dimora.
La gestione
Il progetto prevede la realizzazione di una formazione forestale di tipo naturalistico per cui non sono consentite operazioni quali ceduazioni, potature e tagli, esclusi quelli previsti dal piano di gestione. E' previsto quindi di lasciar sviluppare le piante ad alto fusto intervenendo solo con tagli su piccole aree ("fustaia trattata a tagli successivi"), allo scopo di ottenere le migliori condizioni per le piante e consentire l'affermazione della rinnovazione spontanea. In questo modo nel tempo si ottiene un bosco con piante di diverse classi di età ("bosco disetaneo a gruppi") che si perpetua con la rinnovazione naturale.
Il ripristino dell'ecosistema
L'intervento di forestazione è solo il primo passo verso il ripristino dell'ecosistema distrutto con la messa a coltura di terreni un tempo boscati. Il recupero di tutte le componenti dell'ecosistema (flora del sottobosco, fauna, microfauna e microflora del terreno) potrà avvenire naturalmente solo in tempi molto lunghi. Allo scopo di accelerare il processo di rinaturalizzazione e per consentire l'inserimento nell'ecosistema di componenti non più presenti nelle aree limitrofe, sarà necessario predisporre interventi che ne permettano la reintroduzione
Pra' del Roccolo
Nel cuore del bosco Bandiziol c'è un grande prato, il Prà del Roccolo, a un'estremità del quale si trova un roccolo, un tempo già esistente ai margini del bosco e ora ricostruito a testimonianza delle antiche tecniche di uccellagione. L'uccellagione con reti fisse è una tecnica venatoria già sviluppata da Greci e Romani che è stata tramandata e praticata fino ai giorni nostri. Per tanto tempo questa pratica, altrimenti definita anche come aucupio, era una necessità in moltissimi territori; permetteva infatti di sopperire ai gravi problemi alimentari che attanagliavano le popolazioni. Più recentemente si "roccolava" soprattutto per la vendita degli uccelli vivi e così facendo si riusciva a integrare gli scarsi redditi ottenuti dalla campagna.
A partire poi dagli anni cinquanta, con la riduzione sempre maggiore delle specie di uccelli catturabili e il sempre minore numero dei permessi concessi dalla Regione del Veneto, questa attività è andata progressivamente diminuendo fino a scomparire quasi del tutto.
Infatti oggi sono pochissimi i roccoli in cui si può uccellare (4-5 nella Regione del Veneto) e tale attività può essere svolta solamente da personale qualificato e appositamente incaricato da istituti o laboratori scientifici per le attività di ricerca che prevedono l'acquisizione dei dati biometrici dell'animale, la classificazione e l'inanellamento e il suo rilascio immediato. Certamente una delle tecniche di aucupio più raffinate e perfezionate è il roccolo. Il roccolo si presenta a una vista superficiale come un boschetto, ma a ben vedere non si può che restare affascinati da questa monumentale e micidiale trappola. Solitamente il roccolo ha una forma ovoidale con il diametro più lungo nella direzione del casello. E' delimitato da una cinta, una sorta di corridoio, bucata da grandi finestroni creati dagli alberi (in pianura si utilizza soprattutto il carpino bianco) e chiusi dalle reti per la cattura degli uccelli. Il tetto del corridoio è ricavato intrecciando i rami elastici delle piante, mentre la base delle reti viene nascosta con una siepe artificiale di frasche o con siepi in bosso e in ligustro.
All'interno si piantano alberi o arbusti, che non vengono lasciati mai superare per più di un metro la cinta, disposti in modo tale da attirare gli uccelli di passo a posarsi, questo grazie alla sapiente scelta delle specie arboree e arbustive, sia per la forma caratteristica che per i frutti di cui sono particolarmente ghiotti gli uccelli. A un estremo dell'ovale viene costruito il casello a torre che, nascosto tra la vegetazione, è la posizione da cui l'uccellatore, attraverso una finestrella, può dominare tutta la scena del roccolo e meglio effettuare le operazioni di aucupio. Una trappola così grande e complessa viene fatta funzionare in maniera molto semplice: l'uccellatore, da dentro il casello, utilizzando come richiamo degli uccelli legati con lo spago e lasciati all'interno del roccolo ("zimbelli"), attira i migranti di passo a posarsi sugli alberi all'interno della cinta per poi spaventarli con lo "spauracchio" lanciato dall'alto e costruito in modo da simulare la picchiata di un falco, costringendoli così a scappare volando bassi attraverso i finestroni della cinta e finire prede delle reti. Al giorno d'oggi non si possono più utilizzare i richiami vivi ma solamente quelli sonori registrati e, per fare sì che gli uccelli catturati soffrano il meno possibile, gli addetti degli Osservatori Ornitologici passano immediatamente a liberarli dalle reti per procedere alle operazioni di inanellamento e all'immediato rilascio. Tutti i dati allevati, in collegamento con moltissime altre organizzazioni simili sia europee che mondiali, permettono di studiare l'avifauna e le diverse rotte migratorie utilizzate dagli uccelli.
Le piante del bosco
Alberi
- Quercus robur L. (Farnia)
- Carpinus betulus L. (Carpino bianco)
- Fraxinus angustifolia Auct. (Frassino angustifolia)
- Acer campestre L. (Acero campestre)
- Ulmus minor Miller (Olmo campestre)
- Tilia cordata L. (Tilio)
- Fraxinus ornus L. (Orniello)
- Salix spp (Salice)
- Populus nigra L. (Pioppo nero)
- Alnus glutinosa L. (Ontano nero)
Arbusti
- Corylus avellana L. (Nocciolo)
- Crataegus monogyna L. (Biancospino)
- Prunus spinosa L. (Prugnolo)
- Cornus mas L. (Corniolo)
- Euonymus europaeus L. (Fusaggine)
- Frangula alnus L. (Frangula)
- Malus sylvestris Miller (Melo selvatico)
- Pyrus pyraster Burgsd (Pero selvatico)
- Rhamnus catharticus L. (Spincervino)
- Rosa canina L. (Rosa)
- Viburnum opulus L. (Oppio)
- Viburnum lantana L. (Lantana)
- Cornus sanguinea L. (Sanguinella)
- Ligustrum vulgare L. (Ligustrello)
- Sambucus nigra L. (Sambuco nero)
Palu' del Bandiziol
Il territorio sanstinese è stato caratterizzato nella parte meridionale da ampie lagune e paludi fino a pochi decenni orsono. Sino alla prima metà del XX secolo questi ambienti si sono rivelati molto dannosi per gli uomini, sotto diversi aspetti, infatti erano fonte di malattie, come la malaria, e non sufficientemente produttivi. Si è proceduto così, con le grandi opere di bonifica, a sottrarre i terreni alle acque per renderli coltivabili e poterne ricavare i prodotti che hanno permesso a molte famiglie di vivere.
Le lagune però erano anche un enorme serbatoio di biodiversità con moltissime specie di animali e piante che sono andate in massima parte distrutte con le operazioni di bonifica.
E' anche per questo motivo che all'interno del progetto di ricostruzione storica dei boschi di Bandiziol e Prassaccon si è voluto lasciare un ulteriore segno di quello che era il territorio e il paesaggio di S. Stino con la creazione di un'area umida, in parte simile alle numerose aree umide un tempo presenti anche all'interno del bosco, denominate bassone. Questo intervento si pone non solo come operazione di recupero "filologico" dell'assetto idraulico pre-bonifica ma, soprattutto, presenta una notevole valenza ambientale poiché viene ricostruito l'habitat naturale di varie specie di uccelli. Il laghetto è situato nella parte orientale del Bosco di Bandiziol, si sviluppa per una superficie di circa 10.000 mq e presenta una forma tondeggiante con alcune piccole isole al suo interno.
Per meglio riprodurre diversi habitat lacustri il laghetto presenta varie profondità, da pochi centimetri a oltre 2 metri, offrendo così la possibilità a molte specie di uccelli di trovare l'ambiente idoneo per stazionare. Infatti nelle acque meno profonde e nelle aree marginali è possibile vedere aironi, garzette, pivieri, germani e altre anatre di superficie. Sul resto del laghetto si trovano le strolaghe, gli svassi, le anatre tuffatrici che trovano il cibo in acque aperte o su fondali profondi.
Le isole e le tortuose forme perimetrali sono state create appositamente per permettere all'avifauna di nascondersi, trovare rifugio, in modo che possa essere disturbata il meno possibile dalla presenza antropica. Infatti la conformazione delle sponde e la vegetazione (canneto, vegetazione erbacea e arbustiva), offrono tutti gli ambienti necessari per il riposo, l'alimentazione e la nidificazione degli uccelli.
A sud-ovest , presso la riva del laghetto, è stato costruito il Cason del Bandiziol.
Si tratta di un edificio in muratura che si sviluppa su tre piani, di cui uno seminterrato che viene adibito a osservatorio ornitologico. Il piano seminterrato è progettato per l'osservazione diretta dell'ambiente acquatico e aereo, difatti è provvisto di due finestroni che offrono una visuale a "occhio di rana" tale da permettere la visione di uccelli, ma anche di anfibi, pesci e piante che popolano il laghetto.
Il piano terra è utilizzato soprattutto per l'accoglienza degli "ospiti-visitatori" mentre dal primo piano si può dominare completamente lo specchio d'acqua per un ottimale svolgimento del "bird watching", senza recare disturbo all'avifauna presente nell'area umida. Il Cason è raggiungibile dall'antica stradina Munisture, attraverso un percorso in mezzo al bosco.
NOTA : Poiché da tempo I boschi sono al centro di importanti dibattiti circa la loro gestione e valorizzazione, lo scorso novembre si è costituita una associazione naturalistica “il bosco di San Stino” che si propone di tutelare l’area, considerata una ricchezza ambientale, paesaggistica e turistica. All’interno del bosco, l’Amministrazione Comunale è orientata a realizzare un centro naturalistico che sarà destinato ad incrementare l’afflusso di turisti e scolaresche.





Storia e struttura del bosco Bandiziol e Prassaccon